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Un terzo trimestre 2018 caratterizzato dall’aumento dei rischi politici

Il terzo trimestre 2018 si è contraddistinto per gli onnipresenti “rischi politici”. Per quanto riguarda la Brexit, nonostante le intense discussioni tra Londra e Bruxelles nelle ultime settimane, non è stato raggiunto alcun accordo e il rischio di un “no deal” prima del marzo 2019 è ora reale. In Italia, con l’avvento della nuova coalizione populista, i timori di uno slittamento fiscale erano elevati.  E a settembre essi hanno dimostrato la loro legittimità. In effetti, il governo italiano ha annunciato una previsione di deficit di bilancio del 2,4% per il 2019, a un livello ben al di sopra delle aspettative dei mercati e delle autorità europee. Tale recente annuncio, non segna alcuna volontà della coalizione al potere di ridurre l’inquietante peso del debito pubblico. Ciò ha causato un aumento dei rendimenti italiani e un divario del 3% verso i rendimenti tedeschi. Sempre a proposito dei “rischi politici”, le tensioni commerciali sino-americane sono rimaste molto forti, generando preoccupazione. Donald Trump ha deciso di tassare di ulteriori 200Md $ le importazioni cinesi; e con i 50Md $ di prodotti già sovra tassati, ora la metà delle merci importate dalla Cina è presa di mira.

Oltre a questo contesto politico sempre più incerto, le ultime settimane sono state contrassegnate dal continuo inasprimento delle politiche monetarie. Negli Stati Uniti, dove la crescita sfida le leggi di gravità, a settembre la Fed ha alzato, per la terza volta quest’anno, i suoi tassi chiave di 25 pb (0,25%), rinforzando ulteriormente l’attrattiva degli investimenti in dollari. Attrattiva assolutamente necessaria per finanziare un deficit sempre più grande, in un momento in cui la Fed sta accelerando la riduzione del suo bilancio.

Una delle conseguenze di questa deflazione della liquidità in dollari è il ritorno di una fortissima volatilità delle valute dei paesi emergenti che per difendere la propria moneta, seguono questo movimento di inasprimento monetario. A titolo esemplificativo e nel terzo trimestre: Filippine +25 pb, Indonesia +50 pb, Russia +25 pb, India +50 pb e Turchia +625 pb. Ugualmente, in Europa, sta avendo inizio il movimento di inasprimento monetario: +25 pb per la Banca centrale norvegese a settembre. Per la zona euro, dopo un forte rallentamento della crescita nel primo semestre, gli indicatori puntano ora a stabilizzare la crescita a un ritmo soddisfacente, e se è ancora troppo presto per un rialzo dei tassi, tuttavia Mario Draghi ha espresso la sua convinzione di una prossima “vigorosa ripresa dell’inflazione” che riflette la volontà di normalizzazione della BCE. Questi fattori spiegano le tensioni osservate sui principali tassi di interesse nel terzo trimestre (+20 pb per i 10 anni USA al 3,05% e per la Germania a 10 anni a 0,50% e +15 pb per i giapponesi a 10 anni a +0,15%).

Questo stress sui tassi di interesse, l’elevata volatilità delle valute emergenti e un contesto politico in forte nervosismo, non hanno avuto un impatto significativo sui mercati azionari durante il trimestre. Con la conseguenza che l’avversione al rischio è rimasta generalmente bassa durante l’estate. I principali indici azionari sono stabili (Eurostoxx da 50 a +0,1% ma ancora in calo del 3% da gennaio 2018, mentre il CAC40 progredisce del 3%).

Nonostante un quadro economico ancora vivace e fonte di ricchezza, la congiunzione di un contesto politico sempre più incerto e il graduale ritiro della liquidità da parte delle principali banche centrali del pianeta, genererà molto probabilmente del nervosismo nei prossimi mesi e un livello di volatilità “strutturalmente” più elevato rispetto a quello degli ultimi anni.

I mercati finanziari rischiamo di innervosirsi con l’approssimarsi del 6 novembre. Per quanto ci riguarda rimarremo cauti a breve termine.